lunedì 7 giugno 2010

«AVETE IL CROCIFISSO, A VOI LO POSSO DIRE»


Nascondere la fede come ai tempi delle catacombe. A colazione da una donna maronita in una città musulmana.


L’avevamo vista la sera prima. A cena, a gruppi rigorosamente separati: noi uomini in cortile, seduti su un tappeto coperto di frutta, fresca e secca; le donne, sotto un portico di cemento armato, mezzo costruito e mezzo diroccato, come quasi tutto a Tripoli di Libano. La serata era scivolata lenta nell’oscurità come le chiacchiere incomprensibili e qualche domanda tradotta dall’unico che parlava italiano o dai pochissimi che conoscevano altre lingue oltre all’arabo.

Al mattino, io e il mio compagno di viaggio ci eravamo svegliati tra le pareti scrostate e coperte di gechi di una stanza senza vetri alle finestre dalle quali si affacciavano i volti di bambini intenti a osservare il sonno dello straniero. Eravamo usciti nel cortile, abbagliante di sole e di polvere, e i ragazzini erano fuggiti nei canneti che ci circondavano. Tutta la collina che scendeva verso Tripoli biancheggiava degli scheletri di case in costruzione e mai terminate, ossa spolpate di realtà incompiute che si contrapponevano al corpaccione del castello crociato abbandonato dalla storia in riva al mare di una città musulmana al 99 per cento, rosso delle pietre strenuamente attaccate alle spalle dei suoi bastioni.

Il cortile era deserto e ci aggiravamo in cerca, se non di qualcuno, almeno di una traccia. Lei era ancora sotto al portico. Seduta a un tavolino, questa volta. Giovane, bionda, senza velo. Come a un bar di Cannes. Ci fece segno di avvicinarci. Ce ne guardammo bene. Impossibile sapere che cosa sarebbe potuto accadere se ci avessero trovato, due uomini occidentali, a parlare da soli con lei.

Facemmo finta di non averla notata. Insistette. Ai gesti unì anche la voce. Io e il mio amico ci guardammo. Nonostante l’imbarazzo, resistemmo. Ci voltammo ancora a guardare in giro. Nessuno. Ce lo ribadì anche lei. A gran voce, in inglese. Non ci muovemmo ancora. «Venite, facciamo colazione». Parlava in francese oltre che in inglese.

Si alzò e rientrò in casa. Tornò con succo di frutta, caffè, frutta e dolci. Ci chiamò ancora. Il mio amico fu il primo a muoversi, credo per la fame. Ci presentammo e ci sedemmo al tavolino di fronte alla donna. Poteva avere tra i venticinque e i trent’anni. Ci guardava il collo.
«Voi siete cristiani».

Abbassai lo sguardo sul crocifisso che pendeva dalla mia collana d’oro. Annuii.

«Anch’io lo sono: maronita».

Annuimmo. Più che altro per timore di dire qualcosa di sbagliato. Ci disse che veniva da un sobborgo cristiano di Beirut. Era la moglie del cugino dell’uomo che ci aveva portato lì. Ma soprattutto ci disse che non era musulmana. Si era sposata con rito musulmano, ma lei non lo era. Questo ci teneva che fosse chiaro.

«I miei non volevano che lo sposassi. Ma ero innamorata». Allargò le braccia con un sorriso melanconico. Noi attaccammo a mangiare. Giusto per cogliere l’occasione, casomai poi fosse arrivato qualcuno. «A voi però lo posso dire. Perché voi siete cristiani come me». Si fermò come se aspettasse una conferma.

Noi annuimmo con la bocca piena. «Anche i miei figli sono cristiani. Li ho fatti battezzare. Di nascosto». Deglutimmo. Ci disse di non dirlo a nessuno. Neanche all’uomo che ci aveva portato lì. Annuimmo. «Se lo sa mio marito, mi ammazza. Ma io, tutte le sere, quando li metto a letto, prego Gesù con i miei bambini. Ho insegnato loro il Padre Nostro e l’Ave Maria. E anche il segno della croce».

Indicò di nuovo il crocifisso che portavo al collo. Abbassai gli occhi per guardarlo. Lei fece segno di sì sorridendo. Era sicura ora. Per quel segno davanti a lei, che lei non poteva portare ma che per lei significava tutto. E per il quale ci stava affidando tutto ciò che di più caro aveva. I suoi figli. La sua stessa vita.

«In Italia avete il Papa. Lì siete tutti cristiani, vero?». Annuimmo. Senza esitare.

Maurizio Zottarelli


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eroici martiri e pavidi occidentali!

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