domenica 23 ottobre 2011

Che Papa 'sto Papa


tratto da:

L'incontro ecumenico: testimoniare assieme senza annacquare la fede

di Massimo Introvigne

23-09-2011



....Le domande di Lutero sarebbero di grande attualità, ma il nuovo ateismo dell’indifferenza, che contagia anche tanti cristiani tiepidi, va oltre senza nemmeno più porsele. «“Come posso avere un Dio misericordioso?”. Che questa domanda sia stata la forza motrice di tutto il suo cammino mi colpisce sempre nuovamente. Chi, infatti, si preoccupa oggi di questo, anche tra i cristiani? Che cosa significa la questione su Dio nella nostra vita? Nel nostro annuncio? La maggior parte della gente, anche dei cristiani, oggi dà per scontato che Dio, in ultima analisi, non si interessa dei nostri peccati e delle nostre virtù. Egli sa, appunto, che tutti siamo soltanto carne. Se oggi si crede ancora in un al di là e in un giudizio di Dio, allora quasi tutti presupponiamo in pratica che Dio debba essere generoso e, alla fine, nella sua misericordia, ignorerà le nostre piccole mancanze».

Invece, la questione del peccato che tormentava Lutero non ha smesso di essere molto seria, anche se i peccati sono in parte cambiati. «Ma sono veramente così piccole le nostre mancanze? Non viene forse devastato il mondo a causa della corruzione dei grandi, ma anche dei piccoli, che pensano soltanto al proprio tornaconto? Non viene forse devastato a causa del potere della droga, che vive, da una parte, della brama di vita e di denaro e, dall’altra, dell’avidità di piacere delle persone dedite ad essa? Non è forse minacciato dalla crescente disposizione alla violenza che, non di rado, si maschera con l’apparenza della religiosità? La fame e la povertà potrebbero devastare a tal punto intere parti del mondo se in noi l’amore di Dio e, a partire da Lui, l’amore per il prossimo, per le creature di Dio, gli uomini, fosse più vivo? Le domande in questo senso potrebbero continuare. No, il male non è un’inezia».

Sembra, anzi, che il male sia oggi dominante: ma «esso non potrebbe essere così potente se noi mettessimo Dio veramente al centro della nostra vita». In questo senso è utile «l’incontro con Martin Lutero»: perché «la domanda: Qual è la posizione di Dio nei miei confronti, come mi trovo io davanti a Dio? – questa scottante domanda di Martin Lutero deve diventare di nuovo, e certamente in forma nuova, anche la nostra domanda».

La risposta di Lutero inizia in un senso che è comune a protestanti e cattolici. Di fronte alla modernità, Lutero ribadisce che «Dio, l’unico Dio, il Creatore del cielo e della terra, è qualcosa di diverso da un’ipotesi filosofica sull’origine del cosmo. Questo Dio ha un volto e ci ha parlato. Nell’uomo Gesù Cristo è diventato uno di noi – insieme vero Dio e vero uomo. Il pensiero di Lutero, l’intera sua spiritualità era del tutto cristocentrica: “Ciò che promuove la causa di Cristo” era per Lutero il criterio ermeneutico decisivo nell’interpretazione della Sacra Scrittura. Questo, però, presuppone che Cristo sia il centro della nostra spiritualità e che l’amore per Lui, il vivere insieme con Lui orienti la nostra vita».

Naturalmente, il Papa non si nasconde che la risposta di Lutero non finisce qui. Né finisce qui la storia del protestantesimo. Da Lutero inizia un processo di allontanamento protestante dalla Chiesa Cattolica che oggi si esprime in «due aspetti» nuovi, che il riformatore tedesco non aveva previsto. Il primo è che le comunità protestanti storiche oggi sono minoritarie rispetto a un nuovo protestantesimo, di tipo principalmente pentecostale, i cui numeri – il Papa non ha citato statistiche precise ma il grande esperto di statistica religiosa scomparso il mese scorso, David B. Barrett (1927-2011), parlava di mezzo miliardo di credenti – sono impressionanti. « Negli ultimi tempi – ha detto Benedetto XVI – la geografia del cristianesimo è profondamente cambiata e sta cambiando ulteriormente. Davanti ad una forma nuova di cristianesimo, che si diffonde con un immenso dinamismo missionario, a volte preoccupante nelle sue forme, le Chiese confessionali storiche restano spesso perplesse». Il giudizio della Chiesa Cattolica su queste nuove forme rimane anch’esso perplesso, ma non è soltanto negativo. « È un cristianesimo di scarsa densità istituzionale, con poco bagaglio razionale e ancora meno bagaglio dogmatico e anche con poca stabilità. Questo fenomeno mondiale ci pone tutti davanti alla domanda: che cosa ha da dire a noi di positivo e di negativo questa nuova forma di cristianesimo?».

Il secondo fenomeno nuovo è il cedimento di molte comunità cristiane al secolarismo. Ci sono comunità protestanti che si schierano su posizioni antitetiche a quelle della Chiesa Cattolica sui temi della vita e della famiglia, spesso peraltro perdendo di conseguenza fedeli che passano alle nuove forme di tipo pentecostale. «Più profonda e nel nostro Paese più scottante - ha detto il Pontefice - è la seconda sfida per l’intera cristianità», che riguarda la risposta da dare al «contesto secolarizzato». Adattarsi al contesto significa annacquare la fede cristiana. «L’assenza di Dio nella nostra società si fa più pesante, la storia della sua rivelazione, di cui ci parla la Scrittura, sembra collocata in un passato che si allontana sempre di più. Occorre forse cedere alla pressione della secolarizzazione, diventare moderni mediante un annacquamento della fede? Naturalmente, la fede deve essere ripensata e soprattutto rivissuta oggi in modo nuovo per diventare una cosa che appartiene al presente. Ma non è l’annacquamento della fede che aiuta, bensì solo il viverla interamente nel nostro oggi».

«Non saranno le tattiche a salvarci, a salvare il cristianesimo - ha ricordato in modo accorato il Papa ai dirigenti protestanti -, ma una fede ripensata e rivissuta in modo nuovo, mediante la quale Cristo, e con Lui il Dio vivente, entri in questo nostro mondo. Come i martiri dell’epoca nazista ci hanno condotti gli uni verso gli altri e hanno suscitato la prima grande apertura ecumenica, così anche oggi la fede, vissuta a partire dell’intimo di se stessi, in un mondo secolarizzato, è la forza ecumenica più forte che ci ricongiunge, guidandoci verso l’unità nell’unico Signore».

Nella cappella del Convento di Erfurt, e in un contesto di preghiera, il Pontefice ha ripetuto che «la cosa più necessaria per l’ecumenismo è innanzitutto che, sotto la pressione della secolarizzazione, non perdiamo quasi inavvertitamente le grandi cose che abbiamo in comune, che di per sé ci rendono cristiani e che ci sono restate come dono e compito. È stato l’errore dell’età confessionale aver visto per lo più soltanto ciò che separa, e non aver percepito in modo esistenziale ciò che abbiamo in comune nelle grandi direttive della Sacra Scrittura e nelle professioni di fede del cristianesimo antico. È questo il grande progresso ecumenico degli ultimi decenni». Ma di questa fede comune dobbiamo anche dire con franchezza che «il pericolo di perderla, purtroppo, non è irreale». Ci sono forme di «annacquamento» che non permettono neppure più di riconoscere la fede cristiana come tale.

Il discorso del Pontefice ai protestanti è stato molto franco, e ha coinvolto anche un certo cattolicesimo progressista che chiedeva al Papa un «dono ecumenico» che segnalasse ai luterani che la Chiesa Cattolica era pronta ad andare incontro alle critiche di taluni di loro su materie come la bioetica, il celibato dei sacerdoti o l’ordinazione delle donne. «Alla vigilia della visita del Papa - ha detto Benedetto XVI - si è parlato diverse volte di un dono ecumenico dell’ospite, che ci si aspettava da questa visita. Non c’è bisogno che io specifichi i doni menzionati in tale contesto». Il Pontefice ha risposto, senza giri di parole, «che questo costituisce un fraintendimento politico della fede e dell’ecumenismo. Quando un Capo di Stato visita un Paese amico, generalmente precedono contatti tra le istanze, che preparano la stipulazione di uno o anche di più accordi tra i due Stati: nella ponderazione dei vantaggi e degli svantaggi si arriva al compromesso che, alla fine, appare vantaggioso per ambedue le parti, così che poi il trattato può essere firmato». Immaginare così l’ecumenismo implica un completo fraintendimento della fede cristiana, che non è un’invenzione della Chiesa sottoposta a un continuo negoziato politico che tiene conto del contesto sociale, ma si fonda sull’insegnamento immutabile di Gesù Cristo. No, «la fede dei cristiani non si basa su una ponderazione dei nostri vantaggi e svantaggi. Una fede autocostruita è priva di valore. La fede non è una cosa che noi escogitiamo o concordiamo. È il fondamento su cui viviamo. L’unità cresce non mediante la ponderazione di vantaggi e svantaggi, bensì solo attraverso un sempre più profondo penetrare nella fede mediante il pensiero e la vita».

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