giovedì 25 luglio 2013

Medjugorje,25/07/2013

"Cari figli! Con la gioia nel cuore vi invito tutti a vivere la vostra fede ed a testimoniarla col cuore e con l'esempio in ogni modo. Decidetevi figlioli di stare lontano dal peccato e dalle tentazioni; nei vostri cuori ci sia la gioia e l'amore per la santità. Io, figlioli, vi amo e vi accompagno con la mia intercessione davanti all'Altissimo. Grazie per aver risposto alla mia chiamata. "

martedì 16 luglio 2013

Straordinario,da soffrire, com'è giusto,straordinario !

Io non arrivo mai puntualissimo e in questo caso arrivo con qualche mese di ritardo ma grazie a Dio arrivo. Due ore e trentasette sono lunghe soprattutto quando la maggior parte dei dialoghi sono in inglese e senza nemmeno i sottotitoli,ma vale la pena comunque di privilegiarsi della visione di questo capolavorone che ha tutto ,a parte la facilità,per piacere. Anne Hathaway da Oscar plurimo,era un'attricetta,credevo almeno e la ritrovo protagonista di una parte di assoluta intensità drammatica interpretata da attrice assoluta.Io le darei anche il Nobel ed il pallone d'oro,pazzesca. Ma è tutto spettacolare,ho cercato e trovato il testo delle parti cantate e improvvisato una traduzione a senso e anche li che bello,che sorpresa,non so se Victor Hugo fosse cattolico ma se anche non lo fosse stato bisognerebbe pensare che allora i non cattolici fossero più cattolici degli attuali praticanti.
Comunque a parte le mie disarticolate ed impreparate considerazioni,guardatelo e ringraziate il buon Dio che nel 2013 ancora la bellezza si imponga.




giovedì 11 luglio 2013

Mi sono innamorato...di un uomo...

...ma non per questo metterò i jeans elasticizzati.

L'uomo è ancora lui Franco Nembrini , dei jeans vi spiego dopo, voi adesso ascoltatelo e ditemi se non è commovente, se non è antropologicamente commovente,se non è vero,se non è quel Vero che il cuore desidera.



Allora è o non è un gigante ? Già dimenticavo che siete lì fermi ai jeans...oggi ero in giro a cercare un paio di pantaloni niente di complicato un paio di jeans possibilmente sabbiati e senza strappi,macchie e ciarpame simile.Sono entrato in un negozio,un po' caro ma ci sono o ci sarebbero i saldi ,ho girato finchè ho trovato l'oggetto del desiderio,ho trovato taglia e modello,li ho provati e non capivo perché fossero così stretti,ho verificato di essere nel reparto uomo ed ho cambiato marca e modello,stesso esito,sembrava di aver su il pigiama.Sconsolato ho cambiato negozio,trovato fortunatamente quello che cercavo ma alla prova ancora lo stesso sconforto,jeans elasticizzati da uomo.Me ne sono andato. "Innamorato" di un uomo si (l'ho virgolettato così è meno equivoco),ma non al punto di mettermi i jeans elasticizzati...

martedì 2 luglio 2013

Altro padre e pastore

Caffarra: «Siamo giunti a un tale oscuramento della ragione, da pensare che siano le leggi a stabilire la verità delle cose»

                                                                            
luglio 1, 2013
Carlo Caffarra
                                
Nota del cardinale di Bologna dopo l’invito del sindaco a riconoscere i matrimoni e le adozione per le coppie omosessuali: «È negare un’evidenza che a doverla spiegare vien da piangere»
                        

Caffarra-PetronioCarlo Caffarra, cardinale e arcivescovo di Bologna, è intervenuto con una nota dopo che il sindaco della città Virginio Merola, due giorni fa al Gay Pride, ha auspicato il riconoscimento dei matrimoni e delle adozioni per le coppie gay.
Lo riproduciamo di seguito:
Le affermazioni fatte dal Sindaco di Bologna riguardanti il matrimonio e diritto all’adozione per le coppie gay sono di tale gravità, che meritano qualche riflessione.
Quanto da lui profetato come ineluttabile destino del Paese a diventare definitivamente civile riconoscendo alle coppie omosessuali il diritto alle nozze e all’adozione è una battuta a braccio che costa poco: tanto non dipende dal Sindaco. Ma ciò non toglie la gravità di tale pubblica presa di posizione da parte di chi rappresenta l’intera città. E dove mettere il cittadino che non per fobia ma con motivate ragioni ritiene matrimonio ciò che è stato definito tale fin dagli albori della civiltà o ritiene non si possa parlare di un diritto ad adottare ma del diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre?
Davvero questo cittadino, con la sua cultura e le sue ragioni, è da giudicare incivile e fuori dalla storia, condannato a sentirsi estraneo in casa sua, perché non riesce a stare al passo del sedicente progresso?
Naturalmente ci sarà chi, riempiendosi la bocca di laicità dello Stato (che è cosa ben più seria!), ci accuserà di voler imporre una dottrina religiosa. Ma qui non c’entra religione o partito, omofobia o discriminazione: sono i fondamentali di una civiltà estesa quanto il mondo e antica quanto la storia ad essere minati; e forse non ci si accorge dell’enormità della posta in gioco.
Affermare che omo ed etero sono coppie equivalenti, che per la società e per i figli non fa differenza, è negare un’evidenza che a doverla spiegare vien da piangere. Siamo giunti a un tale oscuramento della ragione, da pensare che siano le leggi a stabilire la verità delle cose. Ad un tale oscuramento del bene comune da confondere i desideri degli individui coi diritti fondamentali della persona».


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lunedì 1 luglio 2013

Vescovo e padre,non madre.Ce ne sono ancora.

Negri «Chiudo la piazza della Cattedrale alla movida, postribolo a cielo aperto»

                                                                                  
giugno 30, 2013 Redazione
L’arcivescovo di Ferrara-Comacchio richiama gli adulti e le istituzioni che non fanno nulla per quei giovani che “bruciare la loro vita, quasi tutte le notti, in enormi sbronze di alcol e droga”


Luigi-NegriA cento giorni dal suo insediamento nella diocesi di Ferrara-Comacchio, monsignor Luigi Negri, ha rilasciato un’intervista al settimanale dicoesano La Voce. Le parole dell’arcivescovo hanno fatto molto discutere perché Negri, come è nel suo stile, parla sempre in maniera molto chiara e diretta, non lasciando scampo a fraintendimenti. 
L’attenzione dei media si è concentrata su una parte dell’intervista, quella in cui Negri dice essere sua intenzione chiudere la piazza alla movida, che riduce lo spazio antistante alla cattedrale a un «postribolo a cielo aperto». Ma nell’intervista, l’arcivescovo parla anche di molto altro: terremoto, educazione, fede, nuova evangelizzazione, papa Francesco e papa Benedetto XVI.
La riportiamo di seguito.

A 100 giorni dal suo ingresso in Diocesi abbiamo chiesto all’Arcivescovo Mons. Luigi Negri alcune considerazioni sull’esperienza maturata e sulle possibili scelte future.
In questi primi mesi ha già potuto incontrare e conoscere molte realtà, sia dentro la chiesa locale che sul territorio, a livello Amministrativo e Istituzionale. Possiamo fare un primo bilancio?
Vorrei prima di tutto sottolineare il senso profondo di una grande accoglienza di cui sono stato oggetto, e della grande speranza che mi viene testimoniata in tutti gli incontri, sia quelli ecclesiali che quelli civili. Parlo di un’attesa di autorevolezza esplicita, quella che non è possibile senza avere una proposta di vita autentica. Qualsiasi altra autorevolezza o diventa autoritarismo, come forse è stato nel passato, o diventa estraneità.
Oggi l’autorità, purtroppo, anche a livello ecclesiastico, è sentita estranea perché difficilmente si riesce a capire in che cosa consista la sua proposta di vita. Si conoscono le competenze istituzionali, che sono spesso esplicitate e accompagnate da un certo apparato ecclesiastico che durerà ancora decenni, ma non la sua proposta di vita.
Sotto questo aspetto devo dire che cattolici e laici, incontrati sia muovendomi per la città che nelle sedi istituzionali, mi hanno mostrato una fortissima simpatia, anche umana dovuta forse al mio modo di pormi e al mio temperamento, a conferma dell’idea maturata in questi miei ultimi anni di episcopato che il presente e il futuro della Chiesa, e della società, è legato ad un dialogo intenso e serio fra cattolici non clericali e laici non laicisti.
E riguardo al prossimo futuro?
Certamente dentro questa grande accoglienza ho incominciato a intravedere le linee di un lavoro che sarà molto intenso, per certi aspetti anche pesante, soprattutto penalizzato dalla relativa brevità di questo episcopato.
La prima riguarda il cammino propriamente ecclesiale.
Si tratterà di affrontare per la prima volta con decisione il tema della Nuova Evangelizzazione. Non come un tema teorico, omiletico o pastorale in senso ristretto, ma come la grande novità da riportare nel cuore di tutti quelli che, toccati dalla fede, oggi se ne trovano distanti, come ha detto Benedetto XVI nel recente Sinodo. Si tratta di una consapevolezza profonda e di una novità di esperienza che la Chiesa deve vivere in tutte le sue articolazioni.
Ci deve essere una Nuova Evangelizzazione in parrocchia, nelle strutture associative della vita ecclesiale, nella vita delle singole persone e nella loro presenza missionaria e culturale negli ambienti che frequentano. La Nuova evangelizzazione non è una cosa fra le altre ma è la forma stessa, come dicevano una volta i Tomisti, della vita.
Si tratta di una grande sfida ma non possiamo recedere da questa prospettiva aperta da Giovanni Paolo II e approfondita da Benedetto XVI ed ora riproposta, in termini semanticamente nuovi, da Papa Francesco quando dice che bisogna portare Cristo, la novità della vita in Lui, alle periferie dell’esistenza. Le periferie sono dentro la vita dell’uomo del piccolo paese del Bondenese come dentro le grandi città e dentro le strutture culturali, sociali e politiche.
Si tratta di una grossa sfida e mi sembra di avere già intravisto una vasta realtà di preti e di laici disponibili a correre quest’avventura per la loro vita. Come ho già detto negli incontri vicariali e in molte altre occasioni, ho incontrato gente che non vive soltanto una tensione di generosità nei confronti delle strutture ecclesiali ma che vive anche la verità del proprio essere e appartenere alla Chiesa, e la conseguente generosità, verso le realtà più semplici e nei modi più umili. Ho sempre davanti agli occhi l’esempio delle signore che puliscono le chiese, che ho trovato sempre così dignitose, anche quelle solo parzialmente agibili dopo il terremoto. Queste signore, nelle semplici cose che fanno, esprimono una preoccupazione esteticamente piena di fede.
Concretamente con cosa dovrà misurarsi la Nuova Evangelizzazione nella nostra realtà Ferrarese-Comacchiese?
La Nuova Evangelizzazione avrà bisogno di misurarsi a fondo con le due grandi sfide che vengono dalla realtà e dalla storia di questi ultimi mesi.
Per prima la questione del terremoto, che ci sollecita ad una nuova solidarietà a livello ecclesiale e sociale, perché il terremoto rappresenti una sfida positiva e non un disastro. Per cui occorre rinnovare una capacità di andare oltre i guasti del terremoto che non solo soltanto, come diceva il Card. Caffarra, i guasti delle strutture ma i guasti e le rovine delle anime. Quindi rinnovare l’esperienza della fede in modo tale che questa sfida, che è esistenziale, materiale, economica e sociale, possa essere vissuta in modo positivo. Pungolando anche le Istituzioni a fare la loro parte, perché come ho detto, e mi sembra che la formula fosse abbastanza felice, non si può vivere l’emergenza come se fosse normalità. Se questo accade vuol dire che qualcosa non funziona. E qui ciò che non funzione è assolutamente chiaro, ed è anche chiaro che la pazienza dei Vescovi, ed in particolare quella del Vescovo di Ferrara-Comacchio, non sarà senza fine.
L’altra grande sfida, che la Nuova Evangelizzazione dovrà affrontare, è quella che viene dalla terribile crisi economica che esige modi nuovi di presenza nella vita ecclesiale e sociale.
Una crisi che credo non si sia ancora percepita nella sua reale portata ed ha bisogno di una educazione di tutti a nuove forme di sobrietà e di solidarietà.
Voglio ridirlo, ripeterlo vibratamente e cogliere ancora questa occasione per sottolinearlo: è inutile prendersela con chi non capisce le questioni economiche quando la generazione adulta, e addirittura le istituzioni, consentono a centinaia o migliaia di giovani di bruciare la loro vita, quasi tutte le notti, in enormi sbronze di alcol e droga. Stanno a vedere e, al massimo, intervengono per ridurre le conseguenze negative sul piano dell’estetica della piazza o della vita della città.
Certamente non consentirò più, e studieremo i modi, che la piazza della Cattedrale, corpo unico con la Cattedrale stessa, e quindi nella piena disponibilità della Chiesa di Ferrara-Comacchio, possa servire a queste vicende che, come ho già detto altre volte, sono  postribolo a cielo aperto.
Come pensa che la nostra comunità cristiana possa attrezzarsi per queste sfide?
Per rispondere veramente dobbiamo capire anche tutte le difficoltà del passato che diventano limiti per il presente. Non che prima di me ci siano stati solo limiti, assolutamente, è sempre meglio pensare che ogni persona si esprime con il massimo dell’intelligenza che gli è consentita.
Devo però dire che, per quanto riguarda la presenza nella vita culturale, sociale e politica, i cristiani sono assenti come tali.
E’ come se il cammino della fede si fermasse nell’ambito della propria vita personale, al massimo famigliare, nelle vicende di una pratica spirituale e devozionale sufficientemente intensa, anche se in calo in città, ma che non investe le grandi questioni culturali, sociali e politiche su cui si gioca il presente e il futuro della società.
C’è come un “sentiero interrotto”, per usare un’espressione di Heidegger nei confronti della storia della filosofia occidentale, che la Chiesa, nel Magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, ha vigorosamente aperto ma che qui resta interrotto. Il problema non è la presenza di cattolici che, con una certa spiritualità e una certa pratica di fede e morale personale, si impegnano nella vita politica. Il mio problema è: come si impegnano nella vita politica? Quali sono le istanze profonde alla luce delle quali si compiono analisi di carattere politico? Le scelte possono essere diversificate ma la radice, il corpo della presenza dei cattolici, è unitario sia come esperienza di fede che come unità culturale. I criteri fondamentali della presenza socio-politica dei cristiani, come ricorda la bellissima nota della Congregazione per la Dottrina della Fede del 2002 sui criteri fondamentali per la presenza dei cattolici in politica firmata dall’allora Card. Ratzinger, si possono sintetizzare nei valori non negoziabili della dottrina sociale della Chiesa. Vorrei che ci chiedessimo seriamente, noi cattolici e in particolare noi ecclesiastici, se nelle scelte politiche di tanti nostri compagni di strada (nel senso di appartenenti all’esperienza ecclesiale) in primo piano ci siano i valori non negoziabili alla luce dei quali si impostano analisi di carattere socio-politico e quindi economico, e a seguire scelte anche di alleanze oppure no.
A me sembra che qui da noi, come nel resto d’Italia, in primo piano ci siano le analisi, le simpatie, le sintonie, che sono tutte legittime ma non possono essere il valore fondamentale. I valori non negoziabili vengono richiamati ogni tanto e in modo sempre più flebile. Penso alla vita, alla famiglia, alla paternità e maternità, alla giustizia sociale in senso cattolico e solidarista, e non scimiottando i discorsi del sindacalismo da una parte o del capitalismo debole dall’altra.
C’è un cammino educativo lungo il quale la Chiesa è chiamata a ritrovare  la fede, la cultura, la morale e la politica, come ha detto Papa Francesco al Presidente della Cei e quindi a tutti i Vescovi pertanto anche a me, che ero lì presente. “Sono cose vostre” ha detto il Papa, e quindi non si può interrompere l’azione educativa della Chiesa, ed essa non delega a nessuno le responsabilità che sono sue. Certamente in Italia, e certamente qui, si deve uscire dal silenzio, da una chiesa del silenzio che non è stata l’esito di un totalitarismo pesante ma che si è autosilenziata, o perlomeno ha rischiato di esserlo, a fronte di un totalitarismo duro ma soft: duro come pratica politica ma sufficientemente scaltro e apparentemente benevolo nell’esercizio della vita socio-politica.
Sento ciò che ho detto come una grande sfida alla mia vita di Pastore e di cristiano, e vorrei comunicare a tutti il bruciore di questo disagio perché diventi preghiera al Signore affinché ci cambi il cuore e l’intelligenza ma soprattutto ci renda impetuosi nell’azione.
Non inamidati, come dice il Papa, non silenziosi e quieti per paura di sbagliare. Anch’io come Papa Francesco preferirei una Chiesa di Ferrara-Comacchio che può sbagliare ma perché è viva, anziché una Chiesa che non sbaglia mai. Gli unici che non sbagliano mai sono quelli che non sono più sulla terra, sono i morti.
a cura di Massimo Manservigi
(da la Voce di Ferrara-Comacchio del 28 giugno 2013)


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martedì 25 giugno 2013

Medjugorje,messaggio del 25/06/2012

Cari figli! Con la gioia nel cuore vi amo tutti e vi invito ad avvicinarvi al mio cuore Immacolato affinchè Io possa avvicinarvi ancora di più al mio Figlio Gesù perché Lui vi dia la sua pace e il suo amore che sono il nutrimento per ciascuno di voi. Apritevi, figlioli, alla preghiera, apritevi al mio amore. Io sono vostra Madre e non posso lasciarvi soli nel vagare e nel peccato. Figlioli, siete invitati ad essere i miei figli, i miei amati figli perché possa presentarvi tutti al mio Figlio. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.

San don Negri !

Le due sconfitte dei cattolici italiani
   
di Luigi Negri*20-06-2013
Cardinali
C’è una sensazione che avverto fortissima in questo periodo, che peraltro coincide con i miei primi cento giorni nella diocesi di Ferrara-Comacchio.

Da una parte c’è una incredibile attesa di una vera autorevolezza cristiana; attesa anche dai laici, perché non sono pochi coloro che, nello sconcerto attuale di una società evidentemente così empia, sentono il bisogno di una prossimità, il bisogno di essere accolti nelle istanze profonde della vita. E’ quella sensibilità che monsignor Giussani chiamava “il cammino al vero”, “la ricerca del volto umano”.

L’esigenza di questo cammino al vero è fortissima. E il rinnovarsi di una esigenza di verità e di bellezza, di bene e di giustizia supera quotidianamente, anche se in modo molto debole, questo grigiore del consumismo, del relativismo etico, dell’opinionalismo, di questo massmediaticamente corretto che inquina la vita della nostra società, dalle famiglie fino alle realtà sociali più impegnate o più impegnative.
C’è quindi una grande disponibilità del mondo, dell’uomo verso Cristo, verso la Chiesa.

Dall’altra parte però quello che mi colpisce dolorosamente, quasi fisicamente, è l’incapacità di essere all’altezza di questa domanda: non della Chiesa come istituzione ma della cristianità intesa come esperienza viva di Chiesa nel mondo.

Mi trovo spesso a pensare ai 37 anni contrassegnati dal grande Magistero, della grande testimonianza di Giovanni Paolo II, da questo straordinario riposizionamento della Chiesa di fronte al cuore dell’uomo, che ha riaperto il dialogo tra Cristo e il cuore dell’uomo. A questi 37 anni di un Magistero straordinario e di una capacità di dialogo con gli uomini ben prima e ben oltre visioni ideologiche e religiose; e agli anni non meno intensi e suggestivi, appassionati, di Benedetto XVI, nel suo infaticabile riproporre il cristianesimo come evento di compimento della ragione, dell’umanità; con quell’implacabile, dolcissimo insegnamento sul recupero della ragione, intesa in senso largo, compiuto, come apertura al mistero e non come affermazione delle propria capacità di organizzare scientificamente le conoscenze.

Ebbene, dopo tutto questo è come se la cristianità italiana sia quasi inebetita. Inebetita.
Così ora si profilano due sconfitte lancinanti per questa cristianità, a cui non avrei mai pensato di dover assistere, e che riempiono la mia vita di vergogna, perché è per affermare la verità della Chiesa e della sua missione contro queste tentazioni, che ho dedicato la mia vita di cristiano, di prete, adesso di vescovo, di ricercatore.

La prima sconfitta è incredibile ma si è ormai compiuta. Dopo che con Giovanni Paolo II, in perfetta linea con la tradizione magisteriale della Chiesa, si era affermata la fede come condizione di una autentica conoscenza della realtà, della storia e della società; dopo che si era compreso che la fede diventa cultura, per cui - come ha detto tantissime volte – “se la fede non diviene cultura non è stata realmente accolta, pienamente vissuta, umanamente ripensata”; dopo tutto questo sta ridiventando maggioranza quel dualismo fede e cultura per cui la cultura rappresenta una realtà autonoma dalla fede. Così che con la cultura nella migliore delle ipotesi si può accennare a qualche momento di “dialogo” o di “cortile”, espressioni che una adeguata razionalità e una adeguata consapevolezza di fede fanno fatica a definire nella loro obiettività.

Allora la fede si aggiunge alla cultura, ne rappresenta una introduzione di carattere spirituale, ne corregge o ne correggerebbe le conseguenze negative sul piano etico, aspetto questo assolutamente evidente quando si parla del rapporto fede-economia o fede-politica.

Che fine ha fatto la grande e spettacolare enciclica Caritas in Veritate, che invece affermava la pertinenza della fede nei confronti delle stesse strutture, delle stesse dinamiche economiche? Ogni tanto la si vede citare, ma giusto il titolo. Anche i cosiddetti economisti cristiani hanno ripiegato su questa posizione, sono tornati velocemente a quella eticità dell’economia, che nell’apparente semplicità dice tutto perché non dice niente. L’economista cristiano e poi il politico cristiano in questa visione dovrebbero così temperare i rigori del capitalismo selvaggio.

La fede invece forma la realtà; “la fede abilita noi credenti a interpretare, meglio di qualsiasi altro, le istanze più profonde  dell’essere umano e ad indicarne con serena e tranquilla sicurezza le vie e i mezzi di un pieno appagamento”, diceva Giovanni Paolo II l’8 dicembre 1978 a docenti e studenti dell’Università Cattolica, tra cui c’ero anch’io, e lo posso dire con un orgoglio che non si è mai andato stemperando. E ho percepito la straordinaria novità di quell’incontro, troppo velocemente archiviato anche nell’ambito dell’Università Cattolica cui pure era stato riferito in maniera privilegiata e preferenziale.

Non meno penosa dell’insorgere del dualismo fede-cultura, è l’altra grande sconfitta: l’insignificanza della presenza cattolica nell’agone sociale e politico. Oggi il voto dei cattolici è assolutamente insignificante nel panorama della vita italiana, come ebbe a dire giustamente il mio amico Alfredo Mantovano in un suo lucido intervento qualche mese fa.

Chi sono i cattolici che militano nella varietà di espressioni socio-politiche che esistono? Gente che personalmente la domenica mattina andrà a messa, ci si augura; che è a posto dal punto di vista di una certa devozione alla vita morale, a meno che non si tratti di vita matrimoniale perché lì allora si aprono centinaia e centinaia di eccezioni, più o meno clamorose o più o meno nascoste ma assolutamente maggioritarie anche tra i cattolici in politica. Gente che personalmente e individualmente può avere anche una certa pratica di pietà.

Ma ciò che caratterizza l’intervento di chi appartiene alla fede, la forma dell’intervento è la Dottrina Sociale della Chiesa. E il cuore della Dottrina Sociale della Chiesa sono i princìpi non negoziabili. Questi dettano le analisi di carattere socio-politico, e questi indicano anche le linee di un’azione che almeno dal punto di vista della cultura dovrebbero avere una certa unità. Dovrebbe esserci una certa unità dei cattolici in politica che poi può preludere a differenze dettate da valutazioni particolari e speriamo non soltanto da interessi particolari.
Le ultime elezioni invece sono state la sagra dell’individualismo e dell’opinionalismo. I cattolici hanno votato per tutti e a vantaggio di tutti, senza chiedersi se questo loro voto avrebbe poi significato eleggere delle presenze che avrebbero tutelato non gli interessi della Chiesa, ma gli interessi della ragione e della fede, cioè dell’umanità.

Tutto era avviato, la Provvidenza aveva avviato tutto perché ci fosse un risorgere della presenza cristiana, come presenza di popolo, come presenza culturale, sociale, politica. Che ne è ora della grande sfida della nuova evangelizzazione che abbiamo raccolto dal primo insegnamento di Giovanni Paolo II?

Tornano i dualismi che si collegano ad alcuni nomi nefasti per la cristianità italiana, passati o presenti, che il pudore e la carità di patria mi impedisce di citare.

Forse i magisteri paralleli stanno compiendo l’ultima e non meno grave delle loro vittorie. Ma la vittoria dell’individualismo culturale e della frammentazione della presenza politica dei cattolici, senza la custodia e la promozione dei princìpi non negoziabili, non è soltanto la sconfitta dei cristiani, come diceva Marcello Pera nella prefazione al mio volumetto “Per un umanesimo del Terzo Millennio”: “Qui se si perde, si perde tutti; se si vince si vince tutti”.

Per adesso, salvo che la Provvidenza riscompigli le carte, possiamo veramente dire che stiamo perdendo tutti.
* Arcivescovo di Ferrara e Comacchio,
- A monsignor Negri il premio Cultura Cattolica.